Come fare per…

Webinar e digital-perle varie, di esperti e “fungastri” che spuntano da ogni millimetro del web. Esperti, ovunque ci si volti, con risposte pronte per ogni moderno arcano: “Come aumentare la clientela”; “Come migliorare la performance aziendale”; “Come gestire lo stress”; “Come reperire buoni partners”. Per non parlare di “Come aumentare i guadagni” o “Guadagnare stando a casa”. Si arriverà a “Come diventare milionari stando sdraiati”? (ah no… in qualche caso questa non è nuova…).

Esperti ovunque: una faccia qualsiasi, un’occupazione apparente, una pandemia come tristissimo “partner” e lo scenario è fatto: chiunque invade i social con tanta sete di seguito!

La più grande e dannosa ingenuità del nostro tempo consiste nel non comprendere che un’infinità di esperti di tutto vale a dire che il mondo ne è essenzialmente privo.

IL NOLANO

immagine gb 1gb4Il 17 febbraio l’impenitente e pertinace Nolano fu condotto da ministri di giustizia a Campo de Fiori e quivi spogliato nudo, legato ad un palo, con la lingua in giova e bruciato vivo ut quam clementissime et sine sanguinis effusione puniretur[1]

“… Io sorgo impavido a solcare con l’ali l’immensità dello spazio, senza che il pregiudizio mi faccia arrestare contro le sfere celesti, la cui esistenza fu erroneamente dedotta da un falso principio, affinché fossimo come rinchiusi in un fittizio carcere ed il tutto fosse costretto dentro adamantine muraglie. Ma per me migliore è la Mente che ha disperso ovunque quelle nubi …”.

L’universo…non prigione, non gabbia, non muraglia chiusa e impenetrabile…

L’universo come espansione, infinita espansione dell’essere e della mente che non ha confini e non può essere imbrigliata o costretta entro limite alcuno.

Il pensiero libero, il pensiero che assurge a spazio senza spazio, a illimitatezza, a infinito eterno atemporale. La mente è inarrestabile e instancabile esploratrice dell’universo. La mente è essenza, è ciò che ci permette di scoprire, conoscere e infine dubitare: COGITO ERGO SUM. Il pensiero è per sua stessa natura ontologicamente libero e non incatenabile: getta lo sguardo costantemente al di là della siepe verso gli infiniti spazi e gli “sovvien l’eterno”.

Il tempo si dilata e diviene senza tempo. Nessun orologio, nessun sistema umano puoi racchiudere il fluire del mare del tempo.

Sapere Aude, liberarsi dalle ghette dell’oppressione che costringono l’infinitezza della nostra anima dentro spazi angusti, ribaltare il tavolo, sconvolgere il sentiero, fluire, essere come le onde del mare… Quando l’uomo prenderà consapevolezza delle sue reali potenzialità non ci sarà atto che gli sarà precluso. La speculazione filosofica di Giordano Bruno si distingue da quella della sua epoca soprattutto per la sua concezione dell’infinito. Per Bruno l’universo non ha principio né fine, è innato e imperituro e pervade ogni essere vivente. Dio, essere infinito, è il motore immobile, la Causa infinita dell’universo infinito e pervade tutto e tutti. Il Principio del tutto risiede nell’UNO, il Principio eterno. L’Uno atomistico è la monade da cui tutto discende e a cui tutto tende e aspira a ricongiungersi. Le anime scese da una condizione divina ad una umana e, a volte, bestiale aspirano a ricongiungersi al tutto. Le singole esistenze terrene, le anime che dall’essenza divina sono trasmigrate in quella umana o bestiale e viziosa, anelano a tornare e ricongiungersi al Tutto panico, al Dio da cui tutto discende.

Giordano Bruno: l’eretico, il pertinace e ostinato Nolano, l’8 febbraio fu consegnato alla giustizia secolare dell’Inquisizione dell’autorità ecclesiastica romana e condannato ad essere arso sul rogo il 17 febbraio. La lingua gli fu serrata in una morsa affinché non potesse bestemmiare le sue eresie contrarie all’ipse dixit della Chiesa. Egli si rifiutò di abiurare, di pronunciare sommessamente l’“eppur si muove”, come farà più tardi Galileo, e di soggiacere alle ipocrisie delle auctoritates politiche e religiose per scampare alla condanna a morte.

Bruno come Atteone, il cacciatore che fu trasformato da predatore a preda (in cervo) e sbranato dai suoi stessi cani per aver sorpreso e osato guardare Diana nuda, è l’innamorato alla costante ricerca della verità. Anch’egli, proprio come Atteone, è catturato dalla bellezza delle cose mortali e viene azzannato e ucciso dai desideri immanenti che lo divorano. Entrambi, nell’Eroico Furore, sono pronti a morire per la verità, entrambi si “sciolgono dai nodi de perturbati sensi” e si liberano dal “carnal carcere della materia” per “morire al volgo, alla moltitudine” e ricongiungersi così col Tutto.

Giordano Bruno morì in nome e per la libertà… Morì saldo nella certezza che, insieme al fumo liberato dal rogo, la sua anima si sarebbe ricongiunta con l’eterna e infinita anima dell’universo. “L’anima razionale non teme la morte, anzi, talvolta, spontaneamente ad essa tende, a lei spontaneamente va incontro[2]”.

La libertà di pensiero è quella lega dal grano cristallino metallico forgiata dal fuoco della verità e che resiste alle fiamme, ai colpi del maglio delle imposizioni e alla pressa della costrizione e che si rifiuta di piegarsi sotto le sferzate dell’ingiustizia e della corruzione.

Non si piega la libertà, non si scalfisce, la ruggine non la corrode, gli elementi naturali non la erodono, il tempo non la consuma. Sconfigge la storia e le umane illusioni, ingiustizie e ipocrisie.

Sono forti e fiere le ali della libertà, sono ali d’aquila che innalzano la finitezza umana a infinito immortale.

La libertà è ignifuga, impermeabile, inaffondabile.

La libertà è la conquista immortale dei mortali.                                                                                     E guai a quei pavidi incoscienti che, per aver salva la vita e per preservare la carne mortale, rinneghino e rinuncino al loro diritto naturale alla libertà. Costoro sono più infimi del più corrotto degli uomini, non sono degni di sguardo o pensiero.

L’immagine dell’uomo disposto a sacrificarsi per le proprie idee e a morire per loro è in ogni epoca di estrema attualità.  La storia è impregnata del sangue dei martiri del libero pensiero che diedero la vita per un’idea, un valore, una scoperta. Ogni umana conquista deve un tributo alla libertà di pensiero.

Nell’odierna società di massa nella quale l’identità del singolo viene rinnegata e la ribellione allo status quo osteggiata, la figura del nolano si staglia per ricordarci che la lotta per il libero pensiero è ancora oggi necessaria e urgente. L’omicidio della libertà, l’assassinio delle virtù solidaristiche umane e la progressiva perdita dei diritti possono essere arginate e punite solamente con la partecipazione di ogni uomo alla costruzione della libertà.

“Libertà è partecipazione” diceva Giorgio Gaber in una sua canzone.

La libertà esige sacrificio, coraggio. La strenua lotta per un mondo migliore e finalmente libero necessita di pertinaci, ostinati, fieri uomini coraggiosi.

Oggi più che mai abbiamo bisogno degli eroici furori per superare le muraglie che attanagliano il pensiero impedendoci di contemplare l’infinito orizzonte.

 Jessica Sini


[1]  Affinché fosse punito con la maggior clemenza possibile e senza spargimento di sangue.

[2] (Cfr. E. Bencivenga, Il pensiero come stile, B. Mondadori).

10/02/2016, Giornata del Ricordo – IL POPOLO DEI LOTOFAGI

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Un tonfo… nel buio… una cavità fredda e angusta, simile a una voragine…
Un punto in cui la terra si avvicina spaventosamente all’inferno… corpi… tanti corpi accolti nelle cavità carsiche della terra…
Un grido si spegne nell’aria… un grido che nessuno vuole ascoltare.
Un urlo nascosto, un’immagine celata alla vista, occultata… vite inghiottite dalla terra… una memoria nel sottosuolo…. Un drammatico mucchio di cadaveri.
La natura si è fatta buia, il terrore gira la faccia e un’apocalisse di corpi, di vite interrotte popola la scena… immagini di spettri, residui umani che subiscono una condanna totale… l’uomo è perduto.
Il paesaggio stesso è deformato, inaridito e umiliato dalla crudeltà umana; diviene macabro testimone dell’inumana umanità. Il sole si nasconde, si copre, prova vergogna ed orrore ad illuminare gli umani abomini.
Il pianto muore nella gola, la lente del cannocchiale con cui vediamo questo paesaggio di morte non ingrandisce l’uomo, anzi lo rimpicciolisce e ne fa uno scarafaggio, un mostro che tutto uccide e tutto consuma. Le condanne dell’uomo sono chiuse dentro l’uomo, unico vero e universale colpevole.
L’incubo si è fatto realtà o la realtà si è fatta incubo…. Neppure nella morte quest’uomo brutale si redime.
Ecco cosa erano, cosa sono le foibe. Buche, antri profondi che incidono e feriscono il terreno eroso dal passaggio dell’acqua. L’acqua è vita, rinascita, invece, nelle foibe, la vita veniva annientata, distrutta…
Duecentomila tra istriani, dalmati, fiumani, italiani furono deportati nei campi jugoslavi… diecimila ne furono uccisi… e poi furono dimenticati…
Nel 1943 la Jugoslavia occupava Gorizia, Trieste e l’Istria. Le truppe del Maresciallo Tito seminavano tra la gente quello che verrà soprannominato il “Terrore Titino”. Al pari di Hitler e Mussolini egli emetteva le proprie leggi razziali e condannava alla deportazione e all’uccisione fascisti, cattolici, liberaldemocratici, socialisti, italiani.
Fra il 1943 e il 1947 diecimila uomini, donne, anziani e bambini furono gettati vivi nelle cavità profonde della terra… e lì, nascosti agli occhi, sparirono dalla memoria. Questo spaventoso olocausto, questa spaventosa ed ennesima dimostrazione di odio politico e razziale si concretizzava in una vera e propria pulizia etnica che intendeva epurare quei terrori dalla presenza italiana. “Nemici del popolo” venivano chiamati costoro dai titini…
Questi baratri erano utilizzati con un triplice scopo: eliminare gli oppositori politici, i cittadini italiani che avrebbero potuto opporsi al regime comunista di Tito e cancellare ogni retaggio della presenza italiana in quei territori.
Le FOIBE, FOBIE del ricordo… oblio del passato, desiderio di stasi, rifiuto di ricordare, negazione della storia. Gli italiani, popolo di lotofagi, dalla memoria corta, dimentica tutto tanto facilmente… E’ più facile dimenticare il martirio di tanti connazionali così brutalmente uccisi… piuttosto che gridare all’orrore. Orrore che è necessario vedere e riconoscere.
L’uomo si nasconde dietro gli orrori commessi e preferisce occultare le prove. Ha bisogno di negare perché non è in grado di giustificare. Ha bisogno di trovare altri colpevoli e dire non è stata colpa mia…
Non importa qual è la divisa che ricopre i nostri corpi per essere colpevoli. Colpevoli non sono le uniformi… ma quegli uomini che in nome di ideologie fasulle, perché sono fasulle le idee che permettono l’uccisione di altri esseri umani, hanno ordinato, permesso, autorizzato tali tragiche uccisioni. Se questo è un uomo è il dubbio, l’interrogativo che ognuno deve necessariamente porsi ogni giorno.
Accurst be who first invented war”, gridava Christopher Marlowe in “Tamburlaine, the great”.
Così tanti mostri ha generato il sonno della ragione.
E…”ancora tuona il cannone, ancora non è contenta di sangue la belva umana…”.                 “The answer my friend is blowing in the wind”…
Jessica Sini

LA PARABOLA DE’: IL CANTO DEL CIGNO NERO

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“Non possiedo un indirizzo. Quasi tutti i giorni vivo sotto questo o quel ponte. Ma anche se non possiedo un indirizzo sono un uomo di parola, come le ho già detto”.
“La leggenda del Santo bevitore”- Philip Roth

Una sera di una qualche stagione di un anno qualsiasi del ventunesimo secolo…un uomo non molto alto, con la barba folta e di età media, sui 33 anni circa, scendeva i gradini di pietra di un ponticello che porta ad un grande Supermercato. “Là, come quasi tutti sanno ma in questa occasione merita di essere ricordato, sono soliti dormire, o meglio accamparsi, i vagabondi di…”Roma, Parigi, New York, Londra, Mosca… Questo potrebbe essere l’incipit della pièce teatrale di Ascanio Celestini: una moderna leggenda del Santo Bevitore è andata in scena stasera al Teatro Manini di Narni.
Out of time, out of space…fuori da ogni tempo e spazio, o meglio, al di là di ogni tempo e spazio si colloca il Gesù proposto da Celestini nel suo “Laika”.
L’intera azione si svolge nei sobborghi, nelle periferie umane, oltre che geografiche, dimenticate da Dio di una città qualunque di un posto qualsiasi sul quale la narrazione sorvola. I personaggi invisibili e sapientemente tratteggiati dall’attore principale sono: la “vecchia” atea, la prostituta che voleva farsi suora, un barbone di colore e il cane Laika che il 3/11/1957, a bordo della capsula sovietica Sputnik 2, fu spedita nello spazio in un viaggio senza ritorno, un facchino sottopagato e sfruttato, la polizia che carica e infine il mare: dove inizia e dove finisce… L’opera muove i primi passi parlando dell’annosa lotta tra scienza e fede e tirando in ballo in un fantomatico duello tra Dio e lo scienziato Stephen Hawking, punito per la sua ubris, tracotanza.
La vicenda non si snoda in un’unica trama, ma mille sono i fili che si annodano e snodano fino a comporre un arazzo dai tratti umoristici, di quel riso amaro di pirandelliana memoria che struggente avvolge le umane vicende.
I veri protagonisti della scena, tuttavia, sono i mendicanti, i derelitti, ma ancora di più il cinismo del mondo odierno avvinghiato agli affari, agli interessi, al profitto. Personaggi in cerca d’autore, personaggi abbandonati dal faro della luce di ogni ribalta: sono i diseredati, gli uomini e le donne sole, i perdenti, i vagabondi della vita, i pazzi, i folli che secondo Puzo sono destinati a soccombere, a morire. Costoro, nell’opera sembrano divenire una strampalata e inconsapevole famiglia che instaura un legame di mutua assistenza. E’ quell’ideale dell’ostrica di verghiana memoria, che sembra farsi strada tra i soliloqui shakespeariani di Celestini. Questa improvvisata famiglia di sconosciuti conoscenti, sembra poter sopravvivere solo in virtù di un legame solidaristico improvvisato che li lega al medesimo scoglio sicuro e che non li fa divorare da quel “pesce vorace che è il mondo”. Proprio come i pescatori di Aci Trezza, sono povera gente, avvinghiata alla sicurezza instabile della casa, del condominio dove abitano. Questo superminimo comun denominatore crea una inconsapevole “tenace affezione” tra i personaggi che sono legati da un invisibile filo di lana che li lega ad un comune destino. Nel momento della tempesta intervengono in soccorso del più debole, infatti, spettatori delle cariche notturne della polizia, alcuni sono disposti ad immolare la propria vita per difendere quella del clochard di colore: l’ultimo tra gli ultimi.
In un disordine sparso si delinea un microcosmo, un sub-insieme parallelo che non incrocia la via dei più e che brulica ai bordi delle strade, nutrendosi degli scarti, vagabondando al freddo.
In questo mondo, Gesù, tra gli ultimi per vocazione, è un povero cieco che ama la Sambuca e che parla per parabole nei bar agli ultimi e tra gli ultimi. Non ci sono folle che lo seguono, non ci sono neppure persone disposte a lasciare tutto e a seguirlo; unico discepolo è Simon Pietro che gli resta accanto e che è i suoi occhi nel mondo. E’ un Gesù la cui presenza resta celata in sordina, perso tra le maglie del tutto, è un figlio di Dio abbandonato, quasi caduto per sbaglio sulla terra, senza luogo né scopo. Egli osserva le sventure ma nulla può per redimere i peccati di questa umanità. Paradossalmente, questo Gesù non sembra sapere di essere il Messia, finché non si immola nel tentativo di salvare il clochard nero dalle “botte da orbi” dei poliziotti. Eccolo il miracolo, l’unico miracolo del protagonista. Si tratta di un miracolo laico, un miracolo di solidarietà sociale: la difesa degli indifesi. Questo è l’evento straordinario verso cui l’intera storia protende, il miracolo del legame, il miracolo della partecipazione al dolore altrui, dell’empatia, dell’interconnessione tra le umane genti, della fratellanza; il miracolo dell’opposizione e dell’indignazione verso la violenza perpetrata.
In Laika, la povertà dei personaggi resta delimitata in una sorta di cornice etica. Ben differente dalla povertà che logora, che incattivisce e corrompe decritta da Brecht nell’“Opera da tre soldi”. Brecht mette in scena la dura débacle per la sopravvivenza, quella stessa immortalata magistralmente da Ettore Scola in “Brutti, sporchi e cattivi”.
Celestini indaga i legami sociali sbrindellati, che resistono e che si creano nell’attuale società individualista e egoista. Egli, nei panni di un improbabile Gesù, indaga, scruta e viviseziona la solitudine degli ultimi, di quelli che sono fuori da ogni gioco, di coloro di cui la società di massa si dimentica.
“Chi non lavora, non produce
Chi non produce, non guadagna
Chi non guadagna, non consuma…”
E chi non consuma non è funzionale al profitto e all’economia e perciò è invisibile come il suo potere d’acquisto e non ha diritti né senso di esistere.
Ecco che si delineano i tratti dell’affresco della società dell’abbandono. Non esistono miracoli che Gesù possa fare per migliorare lo status quo del mondo. La società dell’homo homini lupus lascia molte vittime sull’asfalto, non ha tempo per occuparsi di coloro che sono fuori, non si cura dei diritti dei lavoratori e li tratta alla stregua di una merce obsoleta.
In conclusione, usciti dallo spettacolo di Ascanio Celestini, ci si rende conto dell’inospitalità del mondo moderno e che se non ci si rassegnerà ad accettare il primato dei valori solidaristici sui disvalori del profitto e della reificazione del tutto, l’umanità resterà sotto il giogo del dominio dell’uomo sull’uomo.
Il monoteismo del mercato, la teologia del profitto ad ogni costo, ci lascia poveri e soli ed occorrerebbe un’economia dal volto più umano, non esclusiva ma inclusiva e volta al “Kaizen” sociale. Il costante miglioramento, la filosofia alla base delle moderne strategie di business, andrebbe estesa ai fenomeni sociali. L’efficienza dei fattori produttivi andrebbe misurata in base alla durevolezza dell’utilità effettivamente rilasciata e al valore aggiunto che apportano alla vita delle persone; il Total Quality Management dovrebbe essere integrato al Total Quality Social Management, la qualità in termini di concreto apporto al bene comune deve divenire il metodo di gestione dei meccanismi economici.
I legami sociali vanno ricuciti affinché finalmente nessun uomo sia più un’isola. Occorre una rilettura in chiave sociale dei fenomeni economici. L’economia, e con essa la politica, devono essere fortemente influenzate dalla dimensione sociale dei fattori economici, e non viceversa.
Occorre rimettere al centro l’uomo e i suoi bisogni tanto fisici quanto spirituali e il suo diritto ad un’esistenza dignitosa e alla felicità.
L’incerta collocazione sociale dei derelitti, di quelli che consideriamo alla stregua di ospiti sulla terra ci fa riflettere e ci fa capire che “solo chi vive alla fine del mondo può capire dove inizia il mare”.
Laika, la “Beggar’s opera” di Ascanio Celestini è tutto questo: è “la scure per il mare gelato dentro di noi”.

Jessica Sini

27 gennaio 2016… Giornata della memoria

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“Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell’aria. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia (…). In questo libro se ne descrivono i segni: il disconoscimento della solidarietà umana, l’indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui, l’abdicazione dell’intelletto e del senso morale davanti al principio di autorità, e principalmente, una marea di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà ad un’idea” – Primo Levi.

Ricordatevi di non dimenticare… quanto la crudeltà dell’uomo possa essere subdola e quanto sia in grado di anestetizzare le coscienze con illusioni propagandistiche, demagogie silenziose e false promesse.

Ricordate quanto sia pericoloso il consenso e fondamentale il dissenso “Siate sempre in disaccordo perchè il dissenso è un’arma. Siate sempre informati perchè il sapere è un’arma. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai”. L’obiettivo di questa giornata non è meramente commemorativo, ma ha la vocazione ad essere un monito per ognuno perchè il male perpetrato non abbia a ripetersi. Se un’eredità il passato ci ha lasciato è la consapevolezza che il male non è circoscrivibile in un solo periodo storico, nè è ascrivibile ad un particolare attore storico, ma permea il tempo, pertanto, esige un impegno costante per essere stanato, riconosciuto e, infine, rinnegato.

Credo che ogni genocidio della storia abbia la sua dignità e meriti di essere ricordato. Tanto la memoria quanto la giustizia storica, non dovrebbero conoscere nè credo politico, nè religione, nè fazioni politiche o barriere sessuali e razziali. Grazie a tutti coloro che hanno dato la vita per farci il dono della consapevolezza.

Jessica Sini

 

 

Saggi, romanzi, poesie e tutto ciò che vorrei raccontare.

Carissimi amici (intanto pochi a seguirmi- ma buoni), spero gradiate la presente introduzione delle sezioni “I saggi minimi”, “Le poesie: da e verso me” e “Romanzi e storielle”; tutte pagine che rappresentano uno spazio molto importante per me e per coloro con cui da anni mi interfaccio in ordine a tematiche che reputo fondamentali per la mia vita ed esperienza personale.

Infatti, sarà dedicata alla pubblicazione di piccoli (e non) saggi, romanzi e poesie di mia fattura (che, spero, per voi piacevoli, ove mi voleste lusingare leggendone i contenuti).

Non sono uno scrittore professionista, non sono un giornalista, ma adoro riflettere ed esprimermi con la scrittura.

Il mio primo lavoro, il cui titolo è “Phasmofobìa – la fobìa dei fantasmi: racconto di un Sovrano qualunque”, è un saggio (I saggi minimi) che porta la mia firma e sarà (come tutti i futuri lavori, tranne che le poesie) pubblicato “a puntate”, capitolo per capitolo. Ed avrà cadenza mensile (almeno per adesso…).

Nell’annunciarvi questa mia “novità”, spero di avervi fatto cosa gradita e spero di allietarvi, interessarvi, incuriosirvi, come voi riuscite a fare con me.

Questa occasione mi è gradita per dirvi BRAVI e, dunque, per complimentarmi sinceramente con il lavoro che svolgete da appassionati Blogger!

Franz

Un Palazzo, un asino e così via!

Arte!

Sono mai stato in grado di comprendere quel meccanismo secondo il quale oggi l’arte è qualcosa rispetto a qualcos’altro?

No… non sto parlando dell’arte, di quella non ci capisco niente, per questo, proprio io, non ne posso parlare!

Sto parlando di una certa cosa che, che tutti credono che faccia parte del mondo dell’arte:

l’arte!

L’arte, appunto…l’arte, mi spiego?

No, non quella che conosciamo: è l’altra, l’altra arte, quella che prende in prestito l’arte per poi sembrare arte, capito?

Io si!

Io, a differenza degli altri, capisco sempre tutto e prima di tutti. Almeno, fino a quando gli altri, appunto, non capiscano qualcosa….

Perciò, forse è meglio che mi esprima in modo che tutti mi capiscano, così che – se magari poi si volesse continuare a parlarne  – si riuscirebbe anche a fare dei commenti su quello che sto dicendo.

Cerco di spiegarmi meglio: io sto parlando… dell’ arte!

Intendo, quell’arte che, se si va alla mostra, non si capisce bene cosa si stia guardando e cosa sia quella strana cosa appesa ad un tetto, o…

PEGGIO!!!!!

Una ringhiera vera che sbuca da una gigantografia, proprio gigante, di un palazzo; e sbuca proprio all’altezza di una parte di quella stessa gigantografia in cui c’è veramente una ringhiera gigante fotografata… meno gigante, certo, della gigantografia di tutto sto benedetto palazzo!

La ringhiera vera di un balcone stampato, o meglio…una ringhiera vera che copre una ringhiera stampata di un palazzo stampato in una gigantografia che, alla fine, raffigura un palazzo vero!

Una specie di fotografia gigantesca che pesa trecento chili per colpa della ringhiera vera attaccata al balcone!!!

Stampato ovviamente…

C’è uno che la commenta, ed è proprio l’autore dell’opera d’arte:

“…Il messaggio della verità che si presenta come risultato dell’immaginazione in cui l’occulto si fa strada nascondendo il vero significato delle cose, ed in cui il tutto culmina nell’ essere… che richiama il messaggio del vero e del falso, dell’ombra e della luce; che si avvicendano in un tutto visibile dell’anima intangibile… che è lo strumento attraverso cui il mondo cattura l’immaginario…”

Per un attimo mi son sentito male, come avessi scoperto di aver catturato un… un CAZZO DI PUGNO DI MOSCHE!

Però sono qui, proprio per (niente popò di meno che…) la grande mostra: dell’ARTE!

Ed ho visto tanta gente arrivare, centinaia di persone!!! Per vedere le opere… d’arte…

Ma non è quell’arte che dovremmo conoscere ed apprezzare! E’ davvero difficile spiegarlo, io parlo dell’arte: l’altra arte, quella che, magari, prende in prestito l’arte che conosciamo, per poi sembrare arte; che si presenta come opera esposta da uno che sta dove aveva esposto qualcosa qualche artista, certo, ormai vecchio…andato…passato: ecco, passato è il termine giusto! Tanto che le sue opere… dell’artista passato, intendo…, sono ora esposte perché ritrovate durante i lavori di ristrutturazione del palazzo della mostra…

Si…che ne so…uno a caso…magari le opere di un certo Modigliani, o di un altro…a scelta a sorteggio! Grande artista, ancora oggi riconosciuto in tutto il mondo, certo, la cui opera è esposta vicino a quella del genio che ha fatto quel buco, dal quale ha intravisto l’opera del Maestro Amedeo Modigliani…o di un Maestro a caso…

Quell’opera lasciata e dimenticata, trasformata “… in essere – l’artista commenta – in modo incompiuto per mostrare al mondo la vera essenza dello stato delle cose in cui la parte di quel tutto rappresenta il lato oscuro della coscienza dell’arte vista sotto l’aspetto dell’immaginario che riscopre cose che stanno dietro sotto e sopra le cose…”

Cose di qualcuno che io purtroppo, però, oggi non riesco più a trovare negli occhi della gente; opere di uno a caso, magari un certo Donatello, o un altro a scelta, a sorteggio: dove lo prendo un altro Michelangelo?

Così devo cercare qualcuno che faccia l’artista, che dica delle cose, che io dovrei andare a pescare tra gente che sa solo allungare schienali di sedie, di poltroncine, come se si sedesse uno che ha venti teste, una sull’altra, o un collo di tre metri; qualcuno che metta cento sedie di legno attaccate le une alle altre in modo confusionario, o che esponga ferraglie vecchie e arrugginite accanto a ferraglie moderne e lucide; o che pisci in bottiglie e poi ci scriva su “messaggi dalla vescica”, o che si scaccoli in pubblico e attacchi il tutto nella gigantografia di un naso!!! O CARTONI A FORMA DI PECORE E VASI DI CERAMICA: anche questi di cartone, si intende.

Insomma, un finto vaso rappresentato da una sagoma di cartone, che raffigura un vero vaso di ceramica che finge di essere di cartone per trasmettere, sicuramente anche in questo caso, “…Il messaggio della verità che si presenta come risultato dell’immaginazione in cui l’occulto si fa strada nascondendo il vero significato delle cose, ed in cui il tutto culmina nell’ essere…” eccetera, eccetera, eccetera…

Il mio amico milionario mi ha detto che mi devo impegnare, che il mondo ha bisogno di messaggi veri che passano attraverso l’esperienza quotidiana: “per questo noi da cinquant’anni ci occupiamo dell’arte” – dice… E mi ricordo bene quando mi ha detto che dovevamo trovare grandi artisti, anzi, mi ha detto, precisamente, che me li avrebbe presentati anche lui stesso, che ne aveva tanti di amici… grandi artisti…appunto!

Quindi, io mi sarei dovuto impegnare ad organizzare bene tutto per supportare e assistere lui ed i suoi amici: le mostre, le esposizioni, la scuola… “la scuola dell’arte”…appunto!

Perché, poi, i suoi amici, che ormai sono conosciuti in tutto il mondo per le loro qualità artistiche –  moderne, contemporanee, futuristiche e postfuturistico-psichedeliche – dovevano  essere presi, portati, riaccompagnati, verso e dalla “scuola dell’arte”, sino ad accomodarli su un aereo, su un treno, o che cavolo io ne so…

Ah…si… la Scuola con le sue mille sedi in tutto il mondo – che il mio amico stesso ha fondato ed in cui insegnano ancora oggi i suoi amici, i grandi artisti, appunto, che in questa immensa “scuola dell’arte” tengono esposte per tutto l’anno le loro grandi opere…che ne so….muri attaccati su altri muri, personal computers avvitati su un asino, sedie con tre braccioli, tappeti su cui sono attaccati piedi scheletrizzati, scheletri sotto cui sono attaccate stoffe “tappetizzate”…insomma…vai a ricordartele tutte le genialità… stampe di Picasso attaccate a riproduzioni di Renoir…

Insomma, parlo di tutte quelle opere d’arte…

Ma no! Non dell’arte vera e propria, ma l’arte, quella che conosciamo! Parlo dell’arte: l’altra arte, quella che, magari, prende in prestito l’arte tramontata e scovata in buco o dopo un crollo, per poi attaccarci sopra un palazzo, poi un asino e così via, per poi sembrare arte, che si presenta come opera esposta da uno che ora insegna questo tipo di arte moderna, contemporanea, futuristica e postfuturistico-psichedelica!

Franz